venerdì 10 ottobre 2008

Mi sia permessa una parola sulle forme flesse di averci, stimolata dal recente uso che ne ha fatto l'attenta linguista Daniuccia - dalla quale c'è sempre da imparare - e suggellata dalla risposta ad un quesito inviato all'Accademia della Crusca.

[Che palle, sempre con quest'Accademia. Ogni momento la tiri fuori! Diranno i miei lettori. Che volete, io ne sono indegnamente Amico, e ne spingo il nome perchè ne aumenti la considerazione]

La frase era: - "di ricordi, ognuno c'ha il suo" ed è stata inviata alle 11:26 AM del 9 ottobre u.s. via Ping.fm -> Twitter -> Facebook.

Le possibili varianti sono:

1) ci ha
2) c(i) ha
3) cià
4) cj ha

Secondo Sergio Raffaelli, autore della risposta di cui sopra, la prima variante è preferita dagli studiosi e cultori dell'italiano, ma ha il difetto di spingere alla pronuncia della vocale i che nel parlato non c'è. La seconda appare, cito testualmente, "in circuiti culturali elevati", ma ha il problema della parentesi che è "artificio alquanto ingombrante". La terza è erronea e "sguaiatamente dialettale". La quarta, egli sostiene, è da preferirsi  perchè non genera equivoci e non è "ingombrante oltre misura".
Ebbene, signori, contro ogni aspettativa io difendo Daniuccia ed il suo uso colto dell'apostrofo. Quella j lunga mi sa di romanaccio, di daje, ed ha poco a che vedere con il c'ha "attualizzante".
In confronto a certi commentatori che dimenticano le sorelline mute (non solo l'incolpevole -g- dell'altro giorno, ma anche un visitatore del blog di Darker che, nonostante quanto scrive, non pare rilegga abbastanza con calma) qui mi pare si respiri aria più fine. Proprio quella di cui ho bisogno per riprendermi dal mal di gola.

Non vi pare ?

P.S. Un encomio solenne a chi saprà spiegare il motivo del titolo di questo post.

5 commenti:

C.P. ha detto...

Mi lusinga, e non poco, vedermi citata come attenta linguista, ma mi tiro subito fuori dai gareggiamenti giacché io di conosco solo quelli danzanti.

Per il resto c'è chi c'ha, è vero, ma c'è pure chi non c'ha.

darker ha detto...

Anzitutto mi scuso io per mio fratello, un'altra muta è stata fatta fuori. Ma non temete, è già stato redarguito.
Riguardo al "c'ha" non sarei riuscito a omettere l'apostrofo.
1) ci ha: lo userei in occasioni formali. Non direi mai ad un cliente: "Il comune c'ha fornito questi elaborati".
2) c(i) ha: lo pronuncierei ci...i...à (l'omissione della muta è volontaria, eh!), dispersivo.
3) cià: mi sa di esortativo milanese, "Cià, andiamo in Capanna?" °_°
4) cj ha: soprassiedo.
Infine, sul titolo del post, azzardo:
1) Tè: forma di "The" (inteso come infuso di Camellia Senensis, per intenderci, l'inglese "tea") senza la mutina, dato che di eliminazione di "h" si parla. Quest'opzione la ritengo la più probabile.
2) Tè: pronuncia milanese del pronome complemento "te", spesso utilizzato (ahimè) al posto del "tu". Ma lo escluderei.
3) Tè: Forma sincopata di "tiè", utilizzato in molte parti del nord dello stivale. E qui mi fermo...
;-)

Solus ad Solam ha detto...

Ringrazio per il commento. Riguardo al titolo del post: certamente ho inteso scrivere "tè" nel senso della bevanda. Non chiedevo quello, ma piuttosto cosa lega "tè" a "c'ha".
Ma ormai, così, ho quasi spiattellato la risposta.

darker ha detto...

Ah!
茶の湯
:D

Solus ad Solam ha detto...

Se leggo bene il primo ideogramma e lo riconosco come "tcha" ossia "tè" tributo un encomio a Darker. Non posso esprimerlo nella forma solenne perchè il mio suggerimento aveva fatto avanzare - e di molto - verso la verità.
Ad onor del vero devo aggiungere che altri concorrenti si sono esonerati, con giustificazione, dalla competizione.

Encomio a Darker