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giovedì 1 aprile 2010

D. 1.1.10.1

Gli altri non esistono. Dilaghi pure l'egoismo.

Ognuno "basta" a se stesso. Ossia ognuno "pesa" e pe(n)sa per se.

Un po' come diceva Marcella Bella.


martedì 23 giugno 2009

Saturnino


- E che palle, sempre con le sòlite rotture, con i testi copiati da altri libri, con pizze interminabili che non fan divertire nessuno. Ma perchè non scrivi qualcosa di tuo, qualcosa di divertente, qualcosa che faccia valer la pena di tornare qui a leggere i futuri post ?

- Ma abbiate pazienza, ma se ho titolato questo blog Solus ad Solam per significare che scrivo di me a me stesso, se tratto questa pagina elettronica come se fosse un foglio del mio taccuino, se non guardo nemmeno più le statistiche per vedere chi mi visita (bugiardo) ...

- Va bene, ma allora mettilo privato, toglilo di torno, non star lì ad imporlo a quei tre gatti che hanno la bontà di venire a vedere quel che scrivi. Pare che tu voglia per forza impressionare, che tu ti diverta a far vedere quello che leggi, che tu scriva per l'opinione degli altri, altro che per te stesso.

- Oh, abbi pazienza, ma uno potrà scrivere quel che gli pare, o no ? Se non ti va bene, aria, via, sòrti di torno. Leggiti il Giannelli, o BeppeGrillo, o too, ma non impedire a me di scrivere quel che voglio. Che poi sono a corto di idee, non ho spunti, mi vien subito a noia quel che comincio. Oggi m'han persino dato un suggerimento, m'han detto di scrivere del 6, del mio numero d'elezione.

- E te ? Quello poteva essere un bell'argomento, sono degli anni che la meni con quel 6, ne avrai di cose da dire ! Tutto 6, tutto 6, tutto 6, e allora ?

- Allora nulla, non scrivo del 6. Sono cose troppo delicate. Altro che 6. Non sono pronto a dare in pasto i miei segreti a chi, oltretutto, rischia di leggerli per caso grazie ai risultati di una ricerca fatta su Google. Senti, se ti va, leggi la poesia di Giordano Bruno che ricopio qui di seguito, sennò cambi pagina, va bene ? Del resto anche Gianburrasca copiava sul suo giornalino gli scritti della sorella Ada. Oh !



Un alan, un leon, un cane appare
All'auror, al dì chiaro, al vespr'oscuro
Quel che spesi, ritegno, e mi procuro,
Per quanto mi si diè, si dà, può dare.

Per quel che feci, faccio ed ho da fare,
Al passato, al presente ed al futuro
Mi pento, mi tormento, m'assicuro,
Nel perso, nel soffrir, nell'aspettare

Con l'agro, con l'amaro, con il dolce
L'esperienza, i frutti, la speranza
Mi minacciò, m'affliggono, mi molce.

L'età che vissi, che vivo, ch'avanza,
mi fa tremante, mi scuote, mi folce*,
In absenza, presenza e lontananza.

Assai, troppo, a bastanza
Quel che di già, quel che di ora, quel che d'appresso
M'hanno in timor, martir e spene** messo

Giordano Bruno, Opere Italiane, a cura di Giovanni Gentile, Laterza, Bari, 1908.

* Folcire, verbo latino, puntellare. Lat. fulcire, qui reggere e sostenere.
** Spene, usato in rima in vece di speme.

martedì 31 marzo 2009

Disclosures

Via, oggi sono didascalico. Rivelo una fonte d'ispirazione:

L'elenco o catalogo non riempie uno spazio, che di per sé sarebbe neutro, con apparenze significative, con pertinenze, evidenze, particolari che saltano all'occhio. Allinea nomi di cose o persone, o luoghi. Fa in un certo qual senso vedere per eccesso di flatus vocis, come se l'orecchio assegnasse all'occhio parte del compito, troppo faticoso, di tenere a mente tutto quello che ode, o l'immaginazione si sforzasse di costruire un luogo in cui possano trovare alloggio tutte le cose nominate. L'elenco, nella sua immediata prepotenza, farebbe vedere anche a un cieco, è una ipotiposi Braille.


Eco, U., Les sémaphores sous la pluie, già in Sulla Letteratura, Milano, Bompiani, ed ora leggibile su

http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=8702

giovedì 5 febbraio 2009

H2O

Ieri, citando dal Dies Irae che in questi giorni ascolto (e dirigo) mentre guido la macchina, ho intitolato un post con la frase salva me fons pietatis.
Se mi permettete vorrei condividere con voi uno spunto per riflettere sulla ricchissima funzione metaforica dell'acqua e della parola fonte.

Mi è venuta in mente, reminiscenza degli studi di diritto romano, la descrizione delle XII tavole data da Pomponio.

[Per inciso: non ricordavo affatto che fosse Pomponio, nè che si trovasse in Dig. 1, 2, 2, 6. L'ho trovato su internet].

Dalle XII tavole, insomma, egli scrisse, fluere coepit jus civile. Da quella prima raccolta di leggi scritte, inizia a scorrere il ricco fiume del diritto civile.
E non ho dimenticato neppure Dante che prega la Vergine dicendole "sei di speranza fontana vivace".

Acqua come elemento di divisione tra la vita e la morte (spartiacque, si potrebbe dire), acqua come fonte salvifica, acqua come sorgente di diritto, acqua come zampillo di speranza.

Da qui credo che si possa partire. Ecco.

lunedì 26 gennaio 2009

Olio that wad staw a sow

Ieri si officiava il duecentocinquantesimo anniversario della nascita di Robert Burns, massimo poeta scozzese. Un tempo lo celebrai degnamente con haggis (portato da amici scozzesi) con contorno di nip and tatties ed annaffiato da whisky di malto singolo. Ieri sera non eravamo dell'umore adatto, tuttavia non ho rinunciato ad una stilla di Caol Ila con il pensiero rivolto al bardo delle campagne.

Quel farabutto, è vero, ha osato parlar male del nostro olio d'oliva, ma noi lo perdoniamo; che olivi, in Iscozia, non ce ne resiste.

Oggi, invece, è il sesto compleanno di A.

venerdì 16 gennaio 2009

Vitam coactum statum esset

In Bleak House, magistrale capolavoro del massimo romanziere di tutti i tempi, il personaggio dal nome Mr. Jarndyce ha una stanza della casa dedicata al brontolìo, al borborigmo, al personale cruccio contro gli accadimenti della vita. Una stanza apposita, costruita e mantenuta a quel particolare scopo e perciò chiamata The Growlery.

Come si chiamava Mr. Jarndyce di nome ? Come me ?

[Per inciso: Il titolo del post è citato da Brunonis, Johannis, Elementa Medicinae, Edinburgi, apud C. Elliot, 1780.]

giovedì 15 gennaio 2009

Tant'è

Noto con un certo orgoglio le recurring visits di un anonimo che si collega tramite il server della Regione Toscana.

Di questo, non foss'altro, lo ringrazio.

mercoledì 14 gennaio 2009

1987

Quando dico, o scrivo, la frase "io sono innamorato di te", sento ancora le farfalle nello stomaco. 
Dev'essere la famosa crisi del settimo anno.

sabato 10 gennaio 2009

Oh, baby, it's a wild world

Talvolta quando sono in macchina od al gabinetto, mi trovo a pensare possibili contenuti per i post. Mi siedo davanti al computer, apro Blogger.com e vorrei poter scrivere di getto, battendo sulla tastiera come se avessi sotto le dita i tasti bianchi e neri di un pianoforte. Vorrei potervi suonare i miei pensieri, anzichè scriverli. Ma poi, inaspettatamente, mi annoio. Mi viene da sbuffare, e cambio idea.

Ho in mente un'aria leggera, fresca, fatta di foglioline verdi su uno sfondo di cielo azzurro, ma quando mi metto a comporla viene fuori, anzichè un plagale, il buio d'una plaga melmosa sulla quale si intreccia un groviglio di tronchi annodati. Quei tronchi delle fiabe, coi rami che sembrano artigli pronti a sgrinfiarti.

Ho qui al mio fianco un paio di libri che vorrei leggere, che mi interessano, che sento il desiderio di sottolineare con la mia matita verde. Ma poi li apro, scorro le prime righe e mi annoio, mi viene da sbuffare, e cambio idea.

Ho a disposizione, rara avis, il tempo necessario per potermi iscrivere ad un nuovo corso di laurea. Potrei passare interi pomeriggi a leggere, a studiare, ad approfondire argomenti nel campo della storia dell'arte. E mi immagino già a ricominciare a prendere appunti, ad annotare, a fare schemi, a tracciare mappe per poter tenere a mente i vari percorsi del ragionamento. Ma poi provo a leggere il piano di studi, cerco di capire il nuovo sistema dei crediti informativi, mi annoio, mi viene da sbuffare, e cambio idea.

Insomma, ogni momento sembra che stia per partire un treno, ma poi il convoglio resta in stazione. Parto da casa con l'idea di far questo, di sistemare quello, di scrivere a quell'altro, di riordinare, sistemare, archiviare. E poi mi trovo a non dar seguito ad alcuno dei propositi così dettagliatamente progettati. Tutto si esaurisce, insomma, nell'intenzione.

Ora mi viene in mente una possibile soluzione: Wild Oat e Wild Rose.
Che debba provare anch'io ?

martedì 6 gennaio 2009

Ad multos annos !

Oggi è giorno cruciale. Per molti viene la Befana [o Pefana che dir si voglia, per assonanza con Epifania] a portare i dolci ed il carbone, per altri ricorre il compleanno di Sherlock Holmes, per altri ancora è la Dodicesima Notte (da cui l'opera del Grande Bardo) Per me tutte e tre le cose sono legate, ma il perchè - se vi interessa - lo scriverò in altra data.

Oggi voglio riflettere su una circostanza precisa: sul male inferto in buona fede agli altri. Non c'entra nulla con la Befana, nè con Mr. Holmes o Shakespeare, ma piuttosto con il fatto che gli altri, molti altri, fanno del male al prossimo senza renderse conto. Ed anzi, lo fanno in buona fede, magari anche credendo di far del bene. Compiono azioni, insomma, senza analizzare prima gli effetti diretti sulla vita altrui.

Tizio mi telefona, mi tiene inchiodato un'ora con un monologo privo di significato ed offensivo per me e per i miei. Se ne rende conto ? No, affatto. Ed anzi forse crede di aprirmi gli occhi verso la verità, tralasciando del tutto il fatto di confrontare il suo punto di vista con il mio, con quello degli altri, con - ... diciamola tutta, via - con la realtà.

Caio persegue il suo precipuo ed esclusivo interesse. Non parla d'altro, non vede altro, non muove muscolo se non per giungere alla sua personalissima meta. E me ne parla, mi racconta, mi illustra ogni mossa, ogni spostamento di pedina, ogni ritocco teso a colpire il centro del suo bersaglio. Mi chiede pareri, punti di vista, suggerimenti e pretende da me sostegno ed assistenza in questo suo disegno. E non capisce che per me - e per chiunque - è motivo di dispiacere, di delusione, quasi di dolore. Sediamo allo stesso tavolo, mangiamo lo stesso pane, eppure lui tira al suo.
Al-su-o.

Mevio, invece, non fa nulla. Se ne frega: non chiede, non si informa, si scansa, sta alla larga, scantona. Potrebbe agire, e forse farebbe anche del bene, riuscirebbe magari a raggiungere risultati importanti. Ma no. Galleggia lontano per i fatti suoi. E gli altri" ... s'hanno a appiccà", come diceva Quella.

Signore, ti prego, dammi la forza di capire quando anch'io - involontariamente o meno - mi comporto così. Fammi un cenno, una strizzata d'occhio, un colpetto di tosse per significarmi : "Gianluchino, attento, ricordati che esistono anche gli altri".

[Per inciso: il titolo del post voleva essere celebrativo delle ricorrenze. Ma poi, scrivendo, sono andato fuori tema. Forse perchè sono solo a casa, e lo spleen rimolge].

lunedì 29 settembre 2008

La morte di un autore

Oggi sono andato alla vecchia Fonderia Tommasi a rendere l'ultimo omaggio a Marcello. Da anni si rimandava continuamente l'appuntamento per  visitare il suo studio, anche quello di Firenze, e per anni abbiamo sempre pensato che ci sarebbe stato tempo. Ed invece ora di tempo non ce n'è più.
Sono entrato dal retro, dalla porta sul cortile interno, e subito sono rimasto folgorato. Al centro della stanza, su due casse rovesciate, c'era il feretro tutto circondato da dozzine e dozzine di sculture di ogni dimensione ed in ogni materiale. Occhi di creta, di bronzo, di cera, di gesso che - increduli - assistevano alla scena. Il busto di sua moglie lo guardava dall'alto di una mensola, quello del padre lo fissava dall'angolo della stanza, gli occhi del fratello Riccardo, da un autoritratto, lo miravano commossi, ed un gesso di suo fratello Luigi bambino lo scrutava quasi indispettito. E poi santi, papi, madonne, capi di stato, illustri sconosciuti, tutti concentrati al centro della scena a guardare le spoglie di quello scultore che nel tempo li aveva modellati, fusi, patinati, dipinti, scolpiti.
Roba da non credere. Una potenza di sguardi e di emozioni così forte che mi ha spinto ad andare via, preda della più forte emozione.  Tutte le sue sculture, e quelle del padre, ed i dipinti del fratello, ed i bozzetti degli allievi erano lì a dargli l'addio. E noi non potevamo, spettatori degli spettatori, che partecipare in tono ancora minore alla scena. Che non eravamo, davvero, nessuno.
Mi è tornato alla mente quel dipinto di Giannino Marchig, La morte di un autore, nel quale si ritrae un vecchio drammaturgo ormai morto circondato da tutti i personaggi ai quali aveva dato vita con la sua penna.

E' stato, insomma, un ultimo addio al novecento. In pieno stile.

domenica 28 settembre 2008

In morte di Marcello Tommasi


Saputa in un istante la notizia
con gli occhi a terra e con il capo chino
col cuore in petto gonfio di mestizia
pianse sgomento Tin di Camaino

Affranti Stagio Stagi e Donatello
in lagrime persino il gran Leonardo
Michelangiolo (quasi suo fratello)
aveva perduto il lume dello sguardo

Attonito e percosso fu il Bernini
immobile è restato il Giambologna
quasi felici di essergli vicini
provarono dolore e pur vergogna

Di lutto or si rivesta Pietrasanta
stendendo alle finestre neri rasi
e Firenze e l'Italia tutta quanta
che oggi è morto l'ultimo Tommasi

venerdì 26 settembre 2008

Ahab

Si continua il virtuoso esercizio con questa citazione. Volevo usarla come risposta al commento sull'esondazione del Nilo (grazie, tra l'altro), ma è stato meglio serbarla ad oggi.

[Per inciso: quello faceva incidere sulle scatole di fiammiferi il motto "Coperto, il serba"].

Quel certo sultanismo del suo cervello che sarebbe altrimenti rimasto in gran parte inespresso, quello stesso sultanismo s'inarcava, attraverso queste forme, in una irresistibile dittatura. Poiché qualunque sia la superiorità intellettuale di un uomo, essa non può mai assumere una supremazia pratica e utile sugli altri senza l'aiuto di qualche artificio e schermo, che in se stesso sarà sempre più o meno basso e meschino.

Melville, H., Moby Dick, Adelphi, Milano, 1994.

[Cap. XXXIII, Lo Specksynder, pag. 177]

mercoledì 24 settembre 2008

Intra me maneo

Limite

Sillabazione/Fonetica [lì - mi - te]
Etimologia: Dal lat. limi°te(m)
Definizione: s.m. [...] 

3. (fig.) punto estremo a cui può arrivare qualcosa.
4. (fig.) termine che non si può o non si deve superare.

Ecco, il mio limite (nel senso 3) è sempre stato quello di non accorgermi d'averlo (nel senso 4).
Eccedo, varco, supero, travalico, debordo, inondo, sconfino, esagero, stròppio.

Mi scuso, pubblicamente ed una volta per tutte. Cercherò di rimanere dentro di me il più possibile.

Silenzio, fin che parli.
Clausura, fin che s'apra.

domenica 21 settembre 2008

Si sveglia la città con le campane

Oggi la giornata è stata difficile. Lunga e difficile. Quistioni, finte dormite, quistioni. La mì sorella che mi telefona dalla Spagna e mi dice che è finita in un campo ROM, la casa in mezza rivoluzione con arrivi e partenze, la bimba che s'è infilata in un occhio un fùzzico di legno e che c'è toccato di portarla al pronto soccorso oftalmico...

[Per inciso: conosco una persona che non ha un mal di testa come tutti, il suo è un mal di testa "oftalmico"]

Volevo mettere a posto delle carte, ma non c'è stato verso. Poi finalmente, verso sera ...

[Per inciso: la gallina nera si rinfranca sulla sera]

ci siamo chiariti. Mia autocritica: ammissione di scarsa sensibilità, di egoismo, di chiusura mentale, di proiettare una immagine splendida splendente diversa dalla realtà. Insomma, la vecchia storia del lato B. Che, per l'amor di Dio, è verissima.

Del resto c'è un lato B. Che per fortuna a voi non tocca.